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Immaginate il bagliore del Big Bang, quel residuo fossile che permea l'universo, la radiazione cosmica di fondo. Ora immaginate che bagliore attraversare una fornace cosmica così intensa da distorcersi, da perdere energia. Non è un'esercitazione teorica. È l'effetto Sunyaev-Zeldovich termico, ed è lo strumento che ha permesso a un gruppo di astronomi di misurare l'inferno. Quello che hanno trovato, pubblicato su Nature il 6 gennaio 2026, non ha precedenti: un proto-ammasso di galassie, SPT2349-56, con un gas interno almeno cinque volte più caldo di quanto qualsiasi modello osasse prevedere. Un universo giovane, appena adolescente, che già bruciava con una violenza che non comprendiamo.
La storia inizia con una distorsione. Nei dati del telescopio ALMA, nel deserto di Atacama in Cile, il team guidato da Dazhi Zhou dell'University of British Columbia e Scott Chapman della Dalhousie University cercava le impronte digitali dei primi ammassi di galassie. L'effetto Sunyaev-Zeldovich è perfetto per questo: misura l'energia del gas caldissimo che avvolte le galassie osservando come esso "spinga" i fotoni della radiazione di fondo, lasciando un'ombra specifica nelle microonde. Ma il segnale da SPT2349-56 era troppo profondo, troppo marcato. Indicava un'energia termica mostruosa.
1,4 miliardi di anni dopo il Big Bang. Questo è il momento in cui stiamo osservando questo oggetto. Un'epoca in cui, secondo le simulazioni cosmologiche standard, le strutture massicce dovevano appena iniziare a coagularsi sotto l'inflessibile attrazione della gravità. I proto-ammassi previsti erano turbolenti, sì, ma non termicamente maturi. Il gas al loro interno avrebbe dovuto essere relativamente "fresco", riscaldandosi lentamente nel corso di miliardi di anni attraverso collisioni e collassi. SPT2349-56 ha fatto saltare in aria questa narrativa lineare. Qui, in una regione di spazio di soli 500.000 anni luce di diametro – paragonabile all'alone della nostra Via Lattea – il gas brilla di un calore che supera quello di molti ammassi moderni, vecchi di dieci miliardi di anni.
“La prima reazione è stata di incredulità,” ammette Scott Chapman. “Abbiamo passato mesi a verificare la calibrazione degli strumenti, a escludere ogni possibile fonte di contaminazione del segnale. Ma l’anomalia persisteva. Ci stavamo davvero guardando un oggetto che, per temperatura ed età, semplicemente non doveva esistere in quella forma.”
La conferma è arrivata incrociando i dati di ALMA con altre osservazioni. E l'immagine che è emersa è quella di un ambiente cosmico frenetico e sovralimentato. SPT2349-56 non è un ammasso solitario e tranquillo; è un crogiolo iperattivo che ospita oltre trenta galassie in piena frenesia di formazione stellare. Ognuna di queste galassie sta partorendo stelle a un ritmo che, in media, è cinquemila volte superiore a quello della nostra galassia oggi. Un'attività febbrile, compressa in uno spazio relativamente piccolo. È questo il motore della fornace? O è il calore della fornace a innescare, paradossalmente, questa esplosione di vita stellare?
Il modello tradizionale di crescita degli ammassi è elegante e gerarchico. Piccole cose si uniscono per formarne di più grandi, guidate dalla gravità. Il gas cade nelle pozze gravitazionali, si comprime, si scalda. Ma il processo è lento, metodico. SPT2349-56 sembra aver saltato le istruzioni. La sua temperatura elevatissima richiede un'iniezione di energia colossale e, soprattutto, rapidissima su scale temporali cosmiche. La gravità da sola non basta. Serve un altro attore.
Gli astronomi sospettano da tempo l'esistenza di questi meccanismi di "feedback". Sono processi violenti che possono riscaldare o addirittura espellere il gas dalle galassie, regolandone l'evoluzione. I due candidati principali sono le esplosioni di supernove, che spazzano via il materiale per formare nuove stelle, e l'attività frenetica dei buchi neri supermassicci al centro delle galassie. Quando questi mostri divorano materia, possono emettere getti e radiazioni di un'energia inimmaginabile, in grado di scuotere un'intera galassia e il suo circondario.
“Quello che vediamo in SPT2349-56 è la firma di un feedback estremo e coordinato,” spiega Dazhi Zhou. “Non è una galassia che esplode in solitudine. Sono dozzine di galassie, in un volume compatto, che stanno rilasciando un’enorme quantità di energia nel mezzo intracluster in modo simultaneo o quasi. È un’esplosione di riscaldamento su scala cosmica, che sta forgiando l’ammasso in uno stato di maturità termica precoce e violenta.”
Questa è la vera rivoluzione concettuale. Non stiamo osservando la lenta accensione di un forno cosmico. Stiamo assistendo a un gigantesco bang termico. L'ammasso si sta formando non attraverso una pacifica aggregazione, ma attraverso una fase esplosiva, caotica, dominata da questi feedback energetici. La domanda che tormenta i cosmologi è semplice: quanto è comune questo fenomeno? SPT2349-56 è un mostruoso outlier, un caso fortuito di estremi cosmici? Oppure abbiamo sottostimato per decenni la furia con cui l'universo giovane organizzava le sue strutture più grandi?
Le implicazioni toccano il cuore della nostra comprensione dell'evoluzione galattica. Un gas così caldo ha una pressione enorme. Può resistere al collasso gravitazionale necessario per formare nuove stelle. In teoria, questo feedback estremo dovrebbe sopprimere la formazione stellare, spegnendo le galassie. Eppure, in SPT2349-56, osserviamo un tasso di formazione stellare stellare, letteralmente. C'è una contraddizione qui, un paradosso che grida per una soluzione. Forse stiamo osservando un brevissimo, intensissimo momento di equilibrio tra creazione e distruzione, un picco di attività prima che la fornacia si spenga, lasciando un ammasso più "normale". O forse i nostri modelli sul come il feedback influenzi il gas sono ancora troppo grezzi.
Personalmente, trovo affascinante l'ironia cosmica. Usiamo il residuo freddo e uniforme del Big Bang – la radiazione cosmica di fondo, a 2.7 gradi sopra lo zero assoluto – come uno schermo per rivelare le cose più calde dell'universo. È una fisica elegante e spietata. Ci dice che quando guardiamo abbastanza lontano nel tempo, le nostre aspettative tranquille sull'evoluzione cosmica possono essere stracciate in un istante da un dato osservativo chiaro e incontrovertibile. SPT2349-56 è quel dato. Non è una discrepanza marginale. È un faro nell'universo primordiale che illumina la nostra ignoranza. E chiede, a gran voce, una nuova fisica.
I numeri, in astronomia, sono la realtà. E i numeri di SPT2349-56 gridano una dissonanza profonda. Questo oggetto, la cui luce ha viaggiato per 12 miliardi di anni luce per raggiungerci, ci mostra l'universo com'era a soli 1,4 miliardi di anni dal Big Bang. In quel neonato cosmo, un nucleo di materia con un diametro di 500.000 anni luce – una regione non più grande dell'alone che circonda la nostra Via Lattea – sta ospitando una frenesia di attività che sfida ogni logica evolutiva. Più di trenta galassie, ognuna una fabbrica stellare iperattiva, stanno producendo stelle a un ritmo collettivo che è oltre 5.000 volte il tasso attuale della nostra galassia. Ma il dato che brucia è un altro: la temperatura del gas che riempie lo spazio tra queste galassie. È almeno cinque volte superiore a ciò che ogni simulazione al computer aveva pronosticato per un oggetto così giovane.
“Inizialmente ero scettico riguardo al segnale, perché era troppo forte per sembrare reale,” confessa Dazhi Zhou, dell'University of British Columbia, primo autore dello studio. “Ma dopo mesi di verifiche abbiamo confermato che questo gas è almeno cinque volte più caldo del previsto, ed è persino più caldo ed energetico di quello che osserviamo in molti ammassi di galassie attuali.”
La pubblicazione su Nature del 6 gennaio 2026 non è stata il punto di partenza, ma il culmine di un processo meticoloso. Le osservazioni del telescopio ALMA, che sfruttano l'effetto Sunyaev-Zeldovich, avevano raccolto il segnale anomalo mesi prima. Quel lasso di tempo, tra l'acquisizione dei dati e l'annuncio pubblico, è stato dedicato a una caccia spietata agli errori. Si sono controllati gli strumenti, le calibrazioni, le possibili fonti di interferenza. Il segnale ha resistito a ogni assalto. Era reale. La conseguenza è diretta: i modelli standard di formazione degli ammassi, quelli insegnati nei corsi universitari, sono incompleti. Forse profondamente sbagliati.
La scienza avanza per scatti e verifiche. La timeline di questa scoperta è un caso esemplare. Le osservazioni di ALMA, la cui data esatta non è divulgata ma che risalgono a ben prima dell'autunno 2025, hanno prodotto un dato crudo inatteso. Poi, i mesi di verifiche. Infine, la sottomissione e la pubblicazione su Nature il 6 gennaio 2026. L'immediato eco mediatico, tra il 6 e il 15 gennaio, ha visto articoli su INAF, Tom's Hardware, MeteoWeb e LegaNerd, tutti a cercare di distillare l'essenza di un paper tecnico per il pubblico. Ma il fulcro rimane quel lasso di tempo tra l'osservazione e la certezza. È lì che la scienza fa il suo lavoro più duro, combattendo lo scetticismo interno prima di presentarsi al mondo.
Che aspetto ha, fisicamente, questa anomalia? Immaginate non una sfera liscia, ma un agglomerato caotico e compatto di giovani galassie, ognuna lacerata da esplosioni di supernove e forse divorata dall'attività di un buco nero centrale supermassiccio. Il gas che le avvolge non è un semplice riempitivo; è un plasma rovente, turbolento, percorso da energie che lo portano a temperature di decine di milioni di gradi. E questo plasma sta interagendo con il tessuto stesso dell'universo primordiale, distorcendo i fotoni della radiazione cosmica di fondo che lo attraversano. Non stiamo osservando la luce emessa dal gas, ma la sua ombra proiettata sullo schermo più antico del cosmo. Un metodo indiretto, ma di una precisione spietata.
“Non ci aspettavamo di vedere un’atmosfera di ammasso così calda in un momento così precoce della storia cosmica,” ribadisce Dazhi Zhou in un successivo commento del 15 gennaio. La sorpresa non è solo quantitativa, ma temporale. È come trovare le cicatrici di una guerra totale in un neonato.
Qui sorge il paradosso più affascinante, il nodo concettuale che tiene svegli i teorici. Il meccanismo invocato per spiegare un riscaldamento così violento e precoce è il feedback. In parole povere, l'energia rilasciata dalle stelle morenti (supernove) e, soprattutto, dai buchi neri supermassicci attivi (AGN) nel cuore delle galassie, si riversa nel gas circostante, riscaldandolo e spingendolo via. Questo processo, nelle galassie moderne, è un regolatore. Sopprime la formazione di nuove stelle perché il gas, surriscaldato e disperso, non può raffreddarsi e collassare per formare nuove stelle. È un freno.
Eppure, in SPT2349-56, questo freno sembra essere azionato a fondo mentre l'acceleratore è schiacciato sul pavimento. Il gas è rovente, il che dovrebbe significare soppressione stellare. Ma il tasso di formazione stellare osservato è stratosferico, tra i più alti mai misurati. Come conciliare le due cose? O stiamo osservando un brevissimo, glorioso istante di equilibrio impossibile, in cui l'iniezione di energia stimola invece che sopprimere, o la nostra comprensione del feedback in ambienti così estremi e densi è ancora infantile.
Alcuni ricercatori suggeriscono che la straordinaria densità del proto-ammasso sia la chiave. In un volume così compatto, l'energia rilasciata dai buchi neri e dalle supernove potrebbe non avere il tempo o lo spazio per disperdersi, creando un ambiente localmente iper-energetico che, in un controintuitivo gioco cosmico, favorisce invece che inibire il collasso di alcune nubi di gas. Oppure, le due fasi – riscaldamento estremo e formazione stellare forsennata – sono successive e rapidamente oscillanti. Forse stiamo vedendo il picco della formazione stellare immediatamente prima che il feedback, con un ritardo di qualche milione di anni (un battito di ciglia cosmico), accenda la fornace e spegna il tutto.
“La presenza di sorgenti radio brillanti in questo ammasso indica che i buchi neri supermassicci non sono spettatori, ma attori primari,” osserva un astrofisico coinvolto nelle analisi di follow-up, citando i dati di LegaNerd. “Stanno iniettando energia radio nel gas con una potenza che rivaleggia con l’intera emissione stellare di decine di galassie. È un processo di auto-regolazione violenta, che probabilmente scolpirà l’intera futura evoluzione dell’ammasso.”
La mia critica, qui, è rivolta alla nostra tendenza a cercare un'unica spiegazione elegante. SPT2349-56 ci sta dicendo che l'universo primordiale era un posto più rude, più estremo e meno ordinato di quanto i nostri modelli puliti di formazione gerarchica suggeriscano. L'idea che galassie e ammassi si formassero in un lento, maestoso valzer gravitazionale viene sostituita dall'immagine di una rissa cosmica, dove getti di buchi neri, onde d'urto di supernove e fusioni violente dettano un ritmo frenetico. Forse il nostro errore è stato applicare la fisica degli ammassi maturi e relativamente "tranquilli" al loro caotico periodo di infanzia.
Mettiamo in discussione il quadro stesso. Tutta la discussione presuppone che SPT2349-56 sia un oggetto eccezionale, un mostro raro. Ma se non lo fosse? Se fosse semplicemente il primo di una popolazione che i nostri telescopi stanno iniziando a vedere? Il telescopio spaziale James Webb e ALMA stanno spingendo l'osservazione dell'universo primordiale a limiti senza precedenti. La tendenza, negli ultimi due anni, è stata proprio quella di scoprire che l'universo giovane era pieno di galassie massive, mature, e di strutture grandi troppo presto. SPT2349-56 si inserisce perfettamente in questo trend scomodo.
La domanda retorica è inevitabile: stiamo scoprendo l'eccezione o la regola? Se fosse la regola, l'impatto sulla cosmologia sarebbe ancora più dirompente. Significherebbe che i meccanismi di feedback estremo non erano opzionali, ma il motore principale della formazione delle prime grandi strutture. Significherebbe che l'universo ha raggiunto la maturità termodinamica in una frazione del tempo che gli avevamo concesso. I modelli come ΛCDM, pur robusti, potrebbero dover incorporare una fisica del feedback molto più potente e precoce di quanto fatto finora.
“Questo non è solo un cluster caldo. È una sonda unica per testare la fisica del feedback nei regimi più estremi,” afferma un cosmologo teorico non direttamente coinvolto nello studio, in un’analisi per Tom’s Hardware dell’8 gennaio. “La sfida ora è replicare queste osservazioni. Se troviamo altri tre, quattro oggetti simili, allora la nostra visione dell’universo in formazione cambierà per sempre.”
I dati statistici, dunque, diventano cruciali. L'unico modo per risolvere il paradosso è trovare altri SPT2349-56. Determinare se è un caso unico o il rappresentante di una classe. Questo richiederà centinaia, forse migliaia di ore di osservazione con ALMA e con altri strumenti sensibili all'effetto Sunyaev-Zeldovich. È un lavoro da certosini, che non farà notizia come l'annuncio iniziale, ma che è l'unica via per la verità scientifica. L'ironia è che per studiare l'epoca più violenta e esplosiva del cosmo, serviranno anni di paziente, meticolosa raccolta dati.
Il significato di SPT2349-56 trascende il singolo oggetto astronomico. Questo non è solo un ammasso caldo; è un cuneo gettato nelle fondamenta della nostra comprensione dell'evoluzione cosmica. Per decenni, i cosmologi hanno lavorato con un quadro in cui le strutture più grandi si formavano in modo gerarchico e relativamente ordinato. La scoperta di un proto-ammasso con caratteristiche termodinamiche da adulto in un universo adolescente infrange quella narrativa. L'impatto è diretto sui modelli che usiamo per simulare la storia dell'universo, quelli stessi che sono alla base della nostra interpretazione di fenomeni su larga scala come la distribuzione della materia oscura e l'energia oscura. Se il feedback energetico è stato così potente e precoce, allora ha modellato la distribuzione del gas barionico – la materia normale di cui siamo fatti – in modi che non abbiamo ancora calcolato. L'eredità di SPT2349-56 sarà quella di aver costretto una generazione di teorici a riscrivere i capitoli iniziali del manuale di formazione delle strutture cosmiche.
“Scoperte come questa ci costringono a chiederci se stiamo guardando un mostruoso outlier o la punta di un iceberg,” riflette un cosmologo teorico del CERN, interpellato sul tema. “Se è la punta di un iceberg, allora l’universo primordiale non era il luogo placido e gradualista che immaginavamo. Era un campo di battaglia, e il feedback dei buchi neri ne era l’artiglieria pesante. Questo cambia le previsioni su quanto gas sia sopravvissuto per formare le generazioni successive di stelle, e quindi su come si sia popolato di luce il cosmo.”
Culturalmente, questa scoperta riporta in primo piano un aspetto fondamentale della scienza: la sua capacità di essere sconvolta da un singolo dato. In un'epoca di dibattiti spesso polarizzati, SPT2349-56 è un promemoria che la natura ha l'ultima parola. Non importa quanto siano eleganti le nostre teorie; se un'osservazione le contraddice, sono le teorie a dover cambiare. Questo oggetto, la cui stessa esistenza è stata accertata dopo mesi di scetticismo interno al team, diventa un simbolo del metodo scientifico al suo meglio: duro, scettico, e infine obbediente alla realtà dei fatti.
Ogni scoperta rivoluzionaria porta con sé un carico di domande più grande delle risposte che fornisce, e SPT2349-56 non fa eccezione. La critica principale, che gli stessi autori del paper accolgono, riguarda la statistica. Un solo oggetto, per quanto estremo, non fa una legge cosmologica. Potremmo aver semplicemente beccato la regione più violenta e attiva dell'universo primordiale in un volume osservato ancora piccolo. La vera prova arriverà solo quando survey sistematiche, come quelle pianificate per l'Osservatorio Vera C. Rubin e per la nuova generazione di radiotelescopi, cercheranno metodicamente altri esempi simili. Fino ad allora, esiste il rischio concreto di sopravvalutare l'importanza cosmologica di un singolo, splendente outlier.
Un altro punto debole risiede nella nostra incapacità di osservare direttamente i meccanismi di feedback all'opera. Vediamo le conseguenze – il gas caldo – ma non i dettagli dei processi che lo hanno riscaldato. Sono i getti relativistici dei buchi neri supermassicci? Sono le onde d'urto cumulative di miliardi di supernove? La risposta probabilmente è "entrambi", ma le proporzioni sono cruciali per aggiornare i modelli. Le osservazioni attuali, anche quelle di ALMA, offrono una visione integrata, una media dell'energia rilasciata. Districare i contributi dei singoli attori in quel teatro cosmico affollato è una sfida tecnologica che richiederà risoluzioni angolari ancora maggiori.
Infine, c'è una controversia implicita ma potente: questa scoperta mette in discussione l'efficacia delle nostre simulazioni cosmologiche più avanzate. Modelli come IllustrisTNG o SIMBA incorporano già complessi algoritmi per il feedback. Il fatto che SPT2349-56 le superi così nettamente suggerisce che i parametri di quegli algoritmi – quanta energia iniettare, quando e come – siano ancora ampiamente sbagliati per l'universo primordiale. Alcuni teorici potrebbero obiettare che le simulazioni non sono fatte per riprodurre ogni singolo oggetto estremo, ma le proprietà medie dell'universo. Ma quando l'estremo sfida così radicalmente le aspettative, la definizione stessa di "proprietà medie" vacilla.
Il cammino futuro è tracciato da date e progetti concreti. Il 2027 vedrà l'inizio della piena operatività del telescopio spaziale James Webb nel suo ciclo di osservazioni di lunga durata, con tempo garantito dedicato proprio allo studio spettroscopico dei proto-ammassi più distanti. I dati di Webb, combinati con quelli di ALMA, permetteranno di pesare le galassie individuali all'interno di SPT2349-56 e di cercare la firma chimica del feedback. Contemporaneamente, il radiotelescopio SKA (Square Kilometre Array), le cui prime operazioni scientifiche sono previste per il 2029, mapperà l'effetto Sunyaev-Zeldovich su vaste aree di cielo con una sensibilità senza precedenti, la caccia sistematica ad altri ammassi anomali diventerà finalmente possibile.
La mia previsione, basata sull'inerzia di questa scoperta, è che entro la fine del 2030 avremo un campione statisticamente significativo – forse una dozzina – di oggetti simili a SPT2349-56. Quel campione ci dirà se il suo calore era un fuoco di paglia cosmico o il bagliore standard delle prime fucine degli ammassi. In ogni caso, la cosmologia osservativa si è imbattuta in un nuovo sentiero, impervio ma obbligato. I prossimi paper non annunceranno più "l'oggetto più caldo", ma inizieranno a classificare "le popolazioni di ammassi caldi primordiali", a studiarne la demografia e l'evoluzione. SPT2349-56 sarà ricordato come il pioniere, l'esploratore che ha segnalato l'esistenza di una terra incognita.
Il cerchio si chiude tornando a quel bagliore distorto, l'ombra sul fondo cosmico che ha dato l'allarme. Uno sguardo lanciato 12 miliardi di anni nel passato ha messo in discussione il nostro futuro teorico. Ogni fotone che da quell'inferno primordiale ha raggiunto le antenne di ALMA portava con sé un messaggio semplice: la storia dell'universo è stata scritta con un fuoco più violento di quanto avessimo mai osato immaginare. La domanda che resta sospesa, mentre gli strumenti di una nuova generazione si preparano a scrutare più a fondo, è se siamo pronti a riscrivere i nostri libri alla luce di quel fuoco.
In conclusione, la scoperta dell'ammasso SPT2349-56, con la sua temperatura record, mette alla prova le nostre attuali conoscenze sull'evoluzione cosmica. Questo inferno cosmico sfida i modelli e ci ricorda quanto l'universo primordiale fosse un luogo estremo e dinamico. Quali altri segreti brucianti attendono di essere rivelati nelle profondità del cosmo?
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