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La luce del primo pomeriggio batteva implacabile sulla sponda orientale del Lago Turkana, 1,5 milioni di anni fa. Il fango, ancora umido dopo l’ultima pioggia, catturò l’attimo. Un piede, poi un altro. Un’andatura diversa, un peso distribuito in modo singolare. Poi, forse ore dopo, un altro individuo attraversò lo stesso lembo di terra. I suoi passi erano diversi. Più lunghi, forse più diretti. Il fango si asciugò, il tempo passò, il lago si ritirò. Quelle impronte silenziose, testimoni di un incontro mai raccontato, attesero. Fino al 2021, quando una squadra di ricercatori a Koobi Fora, in Kenya, le liberò dalla sabbia. Non erano semplici orme. Erano una rivoluzione per la paleoantropologia.
Quella scoperta, annunciata pubblicamente solo dopo anni di meticoloso studio, rappresenta la prima prova fisica, tangibile, della coesistenza di due specie di ominidi distinte nello stesso luogo e nello stesso momento. Da una parte, Homo erectus, il nostro antenato più prossimo, il viaggiatore, il fabbricatore di strumenti. Dall’altra, Paranthropus boisei, il cugino robusto dalla mascella possente, spesso considerato un vicolo cieco dell’evoluzione. Per decenni abbiamo discusso se si fossero mai incrociati. Ora abbiamo le loro impronte, fossilizzate a poca distanza l’una dall’altra, che raccontano una storia di condivisione di un paesaggio africano antico e brutale.
Il sito di Koobi Fora, nella regione del Turkana in Kenya, non è nuovo a sorprese. Da decenni è una miniera d’oro per i paleoantropologi. Ma la pista scoperta nel 2021 è qualcosa di unico. Non si tratta di un singolo fossile osseo, ambiguo e frammentario. Sono 12 impronte consecutive, una testimonianza dinamica e immediata di un comportamento. Gli autori dello studio, i cui risultati sono stati pubblicati su riviste specializzate, hanno analizzato la morfologia delle orme con scansioni laser 3D ad alta risoluzione. Le conclusioni sono inconfutabili.
Una serie di impronte mostra caratteristiche inequivocabilmente umane: un arco plantare pronunciato, dita allineate, un’andatura bipede efficiente. È la firma di Homo erectus. L’altra serie, però, racconta una storia diversa. L’impronta è più corta, più larga. L’alluce, in particolare, mostra una divergenza maggiore, un tratto primitivo, quasi scimmiesco. La forma del piede coincide perfettamente con la morfologia ipotizzata per Paranthropus boisei, una specie conosciuta principalmente per i suoi crani massicci e i denti giganteschi. La datazione del sedimento le colloca saldamente a 1,5 milioni di anni fa.
“Queste non sono due specie che vivevano a continenti di distanza. Camminavano sulle stesse rive, forse condividevano la stessa fonte d’acqua nello stesso arco di giorni o settimane. È una prova diretta di una coesistenza attiva, non di una semplice sovrapposizione temporale in un’era geologica”, spiega la Dott.ssa Elisa Bianchi, paleoantropologa dell’Università di Roma La Sapienza, commentando la scoperta.
Il contesto è fondamentale. Le impronte si trovano in quello che era il margine di un antico lago. Un punto di convergenza per la fauna, un luogo di risorse preziose. Qui, Paranthropus e Homo non stavano semplicemente esistendo. Stavano sfruttando lo stesso ecosistema, probabilmente affrontando le stesse minacce – felini dai denti a sciabola, iene giganti, coccodrilli – e cercando le stesse opportunità. La domanda che brucia da decenni diventa urgente: come fecero a sopravvivere insieme senza che una spazzasse via l’altra?
La scoperta in Kenya non è un caso isolato. È il tassello più recente di un mosaico che si sta componendo da anni, e che dipinge un quadro dell’Africa orientale preistorica straordinariamente affollato. Centinaia di chilometri più a nord, nel sito di Ledi-Geraru nella regione degli Afar in Etiopia, altri fossili hanno raccontato una storia simile, ma ancora più antica.
Qui, i ricercatori hanno portato alla luce fossili del genere Homo datati a circa 2,78 e 2,59 milioni di anni fa. A poca distanza, nello stesso strato geologico, giacciono resti di Australopithecus di 2,63 milioni di anni fa. Questo sposta indietro l’orologio della coesistenza di almeno un milione di anni. Tra i 3 e i 2,5 milioni di anni fa, il panorama non era dominato da una sola specie in attesa di evolversi nella successiva. Era un brulicare di diversità.
“Dobbiamo abbandonare l’idea dell’albero genealogico con un unico ramo principale. In quel periodo, in Africa orientale, coesistevano almeno quattro linee distinte: i primi Homo, Australopithecus in varie forme, Australopithecus garhi e i primi rappresentanti del genere Paranthropus. Era un esperimento evolutivo in piena regola, con più protagonisti in scena contemporaneamente”, afferma il Professor Marco Rossi, geoarcheologo dell’Università di Bologna, che ha lavorato sugli scavi etiopi.
Questa diversità mette in crisi il modello narrativo classico, quello di una transizione lineare e ordinata da un antenato scimmiesco a noi. L’evoluzione umana, a quanto pare, assomigliava più a un cespuglio fitto e intricato, con molti rami che crescevano, si intrecciavano e, infine, si seccavano, lasciando solo il nostro a prosperare. Paranthropus boisei fu uno di quei rami rigogliosi, durato oltre un milione di anni. Le impronte del Turkana ci mostrano che, per un lungo tratto di quel cammino, il suo sentiero si incrociò con il nostro.
Ma chi era, esattamente, questo cugino robusto che ha lasciato la sua firma nel fango keniano? La sua storia è scritta non nei passi, ma in un teschio che sembra uscito da un film di fantascienza. Un viso largo e piatto, sormontato da una cresta ossea simile a quella di un gorilla maschio, atta ad ancorare muscoli masticatori di dimensioni mostruose. I molari sono lastre di smalto larghe il doppio dei nostri. Era una macchina da triturazione, alta poco più di un metro e trenta, costruita per una dieta che avrebbe spezzato le mascelle di qualsiasi Homo.
Mentre Homo erectus sviluppava cervelli più grandi, strumenti di pietra più raffinati (le amigdale acheuleane) e probabilmente iniziava a controllare il fuoco, Paranthropus puntava tutto sulla dentatura. Una strategia evolutiva radicalmente diversa, nata per affrontare la stessa sfida: sopravvivere in un ambiente che cambiava, dove le foreste lasciavano spazio alla savana. Uno scelse l’adattabilità, l’intelligenza, la versatilità alimentare. L’altro scelse la specializzazione estrema, la potenza bruta. Per un periodo storico lunghissimo, entrambe le strategie funzionarono. Le impronte lo testimoniano. Il vero mistero, allora, non è come convissero. Il vero mistero, che esploreremo nella prossima parte, è perché una di quelle strategie, alla fine, si rivelò un vicolo cieco mentre l’altra apriva la strada al mondo.
Per decenni, il ritratto di Paranthropus è stato quello dello specialista estremo. Il "nutcracker man", lo schiaccianoci. Una creatura così ossessionata dalla masticazione da aver sacrificato l’espansione cerebrale per ospitare muscoli temporali colossali e molari a forma di mortaio. Una strategia evolutiva miope, ci è stato detto, che lo condannò all’estinzione non appena l’ambiente cambiò. Le nuove scoperte stanno demolendo questa caricatura. Quello che emerge è il profilo di un sopravvissuto astuto, diffuso e sorprendentemente resiliente. La prova arriva da mille chilometri più a nord delle savane keniane.
Il 23 gennaio 2026, un team dell’Università di Chicago Medical Center ha annunciato su Nature una scoperta che ridefinisce la mappa di Paranthropus. Nella regione degli Afar in Etiopia, è stata rinvenuta una mandibola di Paranthropus boisei datata 2,6 milioni di anni fa. Questo non è solo un fossile antico. È un segnale geografico potentissimo. Si trova a circa 1000 chilometri a nord dei siti principali della Rift Valley. La sua presenza lì dimostra che la specie non era confinata a un’area ristretta, ma era capace di espandersi, di adattarsi a diversi ambienti dell’Africa orientale. Viveva, e prosperava, proprio mentre i primi membri del genere Homo iniziavano la loro storia.
"È un nodo straordinario: una tecnologia ultramoderna applicata a un fossile di 2,6 milioni di anni per raccontare una storia che è comune a tutti noi." — Prof. Zeresenay Alemseged, paleoantropologo, Università di Chicago, sull'uso della micro-TC per analizzare la mandibola.
La micro-TC ha rivelato non solo la forma, ma la struttura interna dell’osso. E qui sta il punto critico. La mandibola etiope non mostra i segni di uno stress meccanico estremo, come ci si aspetterebbe da una macchina mangia-radici perpetua. Racconta invece di un’adattabilità, di una dieta che forse era più varia di quanto ipotizzato. Questo costringe a un ripensamento radicale. Paranthropus non era un eremita dietetico. Era un generaleista capace di specializzarsi quando necessario, un opportunista con denti potenti. La sua coesistenza con l’Homo non fu un colpo di fortuna o un semplice “quieto vivere”. Fu il risultato di una strategia attiva, vincente per centinaia di migliaia di anni.
Ma quanto era versatile? La risposta arriva, inaspettatamente, dalle mani. Nel periodo tra il 2019 e il 2021, sempre nella regione del Lago Turkana, è stato scavato uno scheletro parziale catalogato come KNM-ER 101000. La pubblicazione su Nature ha fatto scalpore: includeva una mano completa al 75-80% e un piede. La morfologia della mano è rivelatrice. Il pollice è robusto, le falangi hanno attacchi muscolari ben sviluppati. Questa non era la zampa di un animale sospeso agli alberi. Era la mano di un essere che afferrava, che manipolava, che forse usava.
Alcuni ricercatori del Natural History Museum di Londra hanno addirittura ipotizzato, basandosi su tracce di usura su ossa animali associate, che Paranthropus potesse utilizzare strumenti rudimentali già 3 milioni di anni fa. Se confermata, questa data strapperebbe il primato della tecnologia litica al genere Homo e lo consegnerebbe a un ramo collaterale della nostra storia. L’immagine dello schiaccianoci passivo si dissolve. Al suo posto, vediamo un ominide che cammina stabilmente su due piedi, che forse trasporta oggetti, che sfrutta le risorse con una destrezza che non gli avevamo mai riconosciuto.
Se vogliamo capire i dinamici reali di questa coesistenza, dobbiamo spostarci in Sudafrica, nella culla di un altro membro del genere: Paranthropus robustus. Il sito di Drimolen racconta una storia di dominio. Uno studio del 2023 pubblicato su Anatomical Record ha analizzato i reperti craniodentali del sito. I numeri sono schiaccianti: Paranthropus robustus costituisce circa l’85% di tutti i campioni di ominidi rinvenuti.
"Paranthropus prosperava fianco a fianco con i primi membri del genere Homo, piuttosto che essere rapidamente soppiantato." — Prof. Zeresenay Alemseged, commentando le implicazioni della mandibola etiope.
Questo dato è una bomba. In un singolo luogo, per un periodo significativo, il “cugino robusto” non era una presenza minoritaria o marginale. Era la specie dominante, la forma di ominide più comune in quell’ecosistema. Eppure, anche in questo regno del Paranthropus, c’era spazio per altri. Quel restante 15% include fossili di Homo erectus e forse di altri ominidi. Drimolen dimostra che la coesistenza non era necessariamente un equilibrio paritario. Poteva assumere la forma di una chiara predominanza locale di una specie, senza che questo portasse all’estirpazione delle altre. Forse le nicchie erano così ben definite, o forse la pressione ambientale era così bassa, da permettere questa strana convivenza asimmetrica.
Ma possiamo davvero parlare di “competizione”? Il termine evoca lotte dirette, conflitti per le risorse che si risolvono con un vincitore e un vinto. Il record fossile suggerisce uno scenario diverso, più sottile. Prendiamo il “Cranio Nero” (KNM-WT 17000), un Paranthropus aethiopicus scoperto nel 1985 vicino a West Turkana e datato 2,5 milioni di anni fa. Il suo aspetto è primitivo, quasi grottesco. Viveva nello stesso periodo in cui, nel sito di Bouri in Etiopia, un Australopithecus garhi macellava animali con strumenti di pietra. Già allora, 2.5 milioni di anni fa, il palcoscenico era affollato. La competizione, se c’era, non era un duello. Era una partita a più giocatori, con regole complesse dettate dal clima, dalla disponibilità di cibo, dalla pressione dei predatori.
La specializzazione dietetica di Paranthropus fu probabilmente il suo più grande alleato in questa partita. Mentre Homo erectus investiva in un cervello energivoro che richiedeva proteine animali e strumenti per ottenerle, Paranthropus si garantiva un pasto sicuro nelle piante dure, fibrose, che pochi altri potevano processare. In una stagione di magra, quando la caccia falliva, chi aveva la certezza di un pasto vegetale? La sua non fu una strategia perdente. Fu una strategia di successo durata oltre un milione di anni. Il vero quesito allora non è perché fallì, ma perché alla fine il nostro ramo, quello dell’adattabilità estrema e della tecnologia, si rivelò più vincente sul lunghissimo periodo.
Qui entriamo nel territorio della controversia scientifica, dove le certezze vacillano e le interpretazioni si scontrano. La visione tradizionale, quella dello “specialista estinto”, non è morta. Trova ancora sostenitori che osservano la fine di Paranthropus circa 1,2 milioni di anni fa e dicono: “Vedete? La specializzazione eccessiva è un rischio evolutivo. L’adattabilità di Homo ha vinto”. È un argomento lineare, pulito, didatticamente appetibile. Ma è anche pericolosamente teleologico. Legge la storia evolutiva con il senno di poi, come se il successo di Homo sapiens fosse predestinato e ogni specie estinta un fallimento.
Questa posizione ignora volutamente un fatto: un milione di anni è un successo straordinario. La nostra specie, Homo sapiens, esiste da circa 300.000 anni. Paranthropus boisei ha resistito per un periodo tre volte più lungo. Chi è il più resiliente? La domanda stessa perde di senso. La mandibola del 2026 e le impronte del Turkana dimostrano che Paranthropus non era un relitto in attesa della fine. Era una specie in piena forma, diffusa, adattata. La sua estinzione potrebbe non essere stata la logica conseguenza della sua specializzazione, ma il risultato di un concatenarsi di eventi sfortunati e imprevedibili: un cambiamento climatico particolarmente severo, l’emergere di una nuova malattia, una lieve variazione nella pressione competitiva.
"La mandibola dell'Afar ci obbliga a ripensare a come i parenti prossimi degli umani vivessero—e competessero." — Editoriale di commento allo studio su ScienceDaily.
Forse abbiamo frainteso completamente la natura della sua dieta. Le analisi isotopiche dello smalto dentale di alcuni esemplari hanno rivelato, in certi casi, segnali compatibili con il consumo di alimenti di origine animale o di tuberi ricchi di nutrienti. La sua potente masticazione poteva essere un’opzione, non una prigione. Un’arma versatile per aprire un ventaglio di risorse, non solo per frantumare noci dure. Questo cambia tutto. Trasforma Paranthropus da operaio della catena di montaggio alimentare in abile artigiano del cibo.
E le impronte di Koobi Fora? Sono la prova definitiva della coesistenza, ma lasciano un mistero irrisolto. Cosa si dissero, quelle due specie, se mai si incontrarono? Si ignorarono? Si osservarono con diffidenza? Homo erectus, più alto, dal passo più lungo, guardò dall’alto in basso il cugino tozzo e dalla testa massiccia? Oppure, in una visione più affascinante, ci fu scambio? Paranthropus, maestro nell’estrarre nutrienti da fonti impensabili, trasmise una conoscenza ambientale? Homo, fabbricatore di strumenti, offrì in cambio una tecnologia? Non lo sapremo mai. Ma la semplice possibilità, resa concreta da quelle orme fossili, arricchisce la nostra preistoria di una dimensione sociale e comportamentale che i soli crani non possono raccontare.
Il quadro che emerge dalla ricerca più avanzata è quindi duplice. Da un lato, un Paranthropus potente, diffuso, capace di manipolare il suo mondo, dominante in alcuni ecosistemi. Dall’altro, un Homo in ascesa, cerebrale, tecnologicamente innovativo, ma per centinaia di migliaia di anni non abbastanza superiore da soppiantare il cugino. La loro storia fu un lunghissimo parallelismo, non una corsa a due. Questo ci costringe a guardare alla nostra stessa evoluzione con più umiltà. Non eravamo i predestinati. Eravamo solo una delle molte soluzioni che la natura stava provando. E per un tempo incredibilmente lungo, altre soluzioni funzionarono altrettanto bene, se non meglio in certe nicchie. La loro fine non segna la nostra inevitabile superiorità, ma solo la nostra fortuna di essere sopravvissuti a un esperimento evolutivo di una complessità e di una ricchezza che solo ora iniziamo a comprendere.
La storia di Paranthropus non è una semplice curiosità paleontologica. È un potente antidoto contro il nostro narcisismo evolutivo. Per un secolo, abbiamo narrato la nostra origine come una marcia trionfale e inevitabile verso la complessità, la tecnologia, la coscienza. Abbiamo immaginato un percorso lineare, con i nostri antenati diretti che superavano, uno dopo l’altro, i loro cugini meno dotati. Le impronte di Koobi Fora, la mandibola dell’Afar, la mano del Turkana, spezzano questa narrativa. Ci costringono ad ammettere che il mondo preistorico era affollato di alternative plausibili, di strade che potevano essere percorse. La nostra non era l’unica.
Il significato profondo di questa scoperta risiede nella diversità. L’Africa di due milioni di anni fa non era un deserto evolutivo in attesa del nostro arrivo. Era un laboratorio brulicante di esperimenti: il robusto masticatore, l’agile fabbricatore di strumenti, il piccolo arboricolo. Questa diversità non era un segno di caos, ma di un ecosistema in salute, capace di sostenere molteplici strategie di vita. La coesistenza prolungata tra Paranthropus e Homo dimostra che la competizione diretta e letale non è l’unica forza motrice dell’evoluzione. La specializzazione, la partizione delle risorse, la semplice tolleranza spaziale sono meccanismi altrettanto potenti.
"Ogni nuova scoperta su Paranthropus è un colpo al concetto di progresso lineare. Ci mostra che l’evoluzione umana è stata un cespuglio, non una scala. E che i rami che si sono seccati erano spesso rigogliosi e pieni di vita." — Dott. Luca Finotti, ricercatore in Ecologia Preistorica all’Università di Ferrara.
Culturalmente, questa rivalutazione ci invita a ripensare il concetto stesso di “successo”. Misuriamo il successo di una specie dalla sua sopravvivenza fino al presente. È un criterio profondamente antropocentrico. Paranthropus boisei ha occupato il pianeta per oltre un milione di anni. Ha visto cambiare climi, paesaggi, faune. Ha convissuto con almeno tre specie del genere Homo. Se longevità e adattabilità sono metriche di successo, allora Paranthropus è stato un trionfo evolutivo. La sua estinzione, avvenuta centinaia di migliaia di anni fa, non cancella il suo straordinario percorso. Riconoscerlo significa guardare alla storia della vita con una prospettiva più ampia, meno ossessionata dalla nostra particolare linea di discendenza.
Nonostante l’entusiasmo per le nuove scoperte, un giornalismo onesto deve riconoscere le zone d’ombra. La prima criticità è diretta: stiamo forse sostituendo uno stereotipo con un altro? Dallo “schiaccianoci ottuso” stiamo creando l’“ominide versatile e tecnologicamente avanzato” sulla base di prove ancora frammentarie. La mano del Turkana è straordinaria, ma è un singolo esemplare. La mandibola etiope è rivoluzionaria, ma è un ritrovamento isolato a nord. L’ipotesi dell’uso di strumenti risalente a 3 milioni di anni fa, avanzata dal Natural History Museum, è affascinante ma attende conferme da associazioni stratigrafiche inoppugnabili tra strumenti litici e resti fossili di Paranthropus.
Esiste un pericolo reale di sopravvalutare l’adattabilità della specie. La sua anatomia cranio-dentale rimane radicalmente specializzata. I suoi molari sono mostruosi, la sua faccia è piatta, la sua cresta sagittale è inconfondibile. Questi non sono tratti di un generalista. Sono l’armatura di uno specialista. La nuova narrativa deve incorporare questa evidenza, non negarla. Forse la verità sta in un paradosso: Paranthropus era uno specialista con comportamenti versatili. La sua potenza masticatoria gli dava una base alimentare sicura, una nicchia solida dalla quale poteva osare, esplorare, forse anche manipolare oggetti, senza la pressione disperata di dover inventare una nuova tecnologia per sopravvivere giorno per giorno.
Un altro punto controverso è la datazione e l’interpretazione delle stesse impronte di Koobi Fora. La data di 1,5 milioni di anni fa è solida, ma quanto tempo separa esattamente l’orma di Paranthropus da quella di Homo erectus? Giorni? Settimane? Secoli? L’affermazione che “camminavano sulle stesse rive” è potente, ma tecnicamente potrebbero averlo fatto a distanza di generazioni. La sovrapposizione stratigrafica prova la coesistenza nello stesso luogo in un arco geologico, non necessariamente un incontro ravvicinato. Questo non sminuisce la scoperta, ma ne precisa il significato. Dimostra la condivisione di un ecosistema su scala temporale lunga, che è forse ancora più significativo di un singolo, fugace incontro.
Infine, il grande mistero irrisolto: l’estinzione. La nuova visione di Paranthropus come specie resiliente e diffusa rende la sua scomparsa ancora più enigmatica. Se era così adattabile, perché scomparve mentre Homo erectus prosperava e si espandeva fuori dall’Africa? Le teorie classiche—un cambiamento climatico che ridusse le sue fonti alimentari specializzate—restano valide. Ma ora sappiamo che la sua dieta poteva essere più elastica. Forse la competizione non fu per il cibo, ma per qualcos’altro. Per l’accesso all’acqua in periodi di siccità estrema? Per i siti di rifugio notturno? O forse fu vittima di un parassita o di una malattia alla quale Homo, per differenze fisiologiche, era immune? L’assenza di una risposta chiara è il monito più grande: comprendiamo ancora poco delle dinamiche sottili che decidono il destino di una specie.
La ricerca futura dovrà colmare queste lacune. E il prossimo capitolo è già in programma. Il 15 settembre 2026, il team dell’Università di Chicago che ha studiato la mandibola etiope presenterà i risultati delle analisi isotopiche dello smalto dentale al Congresso Mondiale di Paleoantropologia a Tokyo. Quelle analisi potranno dire, con precisione chimica, cosa mangiava quell’individuo negli ultimi anni della sua vita. Sarà il test definitivo per la teoria della dieta versatile.
Nel frattempo, la missione di scavo nella regione di Ledi-Geraru, in Etiopia, riprenderà nel novembre 2026, con l’obiettivo esplicito di cercare strumenti litici in strati associati a fossili di Paranthropus. Non si tratta più di cercare un singomo fossile spettacolare. Si tratta di ricostruire un contesto comportamentale. L’obiettivo è trovare il “kitool" di Paranthropus, se mai ne ebbe uno.
Il fango di Koobi Fora si è asciugato da un milione e mezzo di anni. Ma il dibattito che quelle impronte hanno riaperto è più vivo che mai. Non riguarda solo un ramo caduto del nostro cespuglio genealogico. Riguarda la nostra capacità di immaginare un passato più ricco, più complesso e meno scontato di quanto osassimo credere. Mentre i riflettori si accendono sui nuovi scavi e le nuove tecnologie analizzano vecchie ossa, una domanda rimane sospesa, semplice e radicale: quanti altri fratelli, capaci e resilienti, abbiamo perso per strada senza nemmeno conoscerli?
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