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La sabbia del Delta del Nilo ha sempre saputo conservare i suoi morti. Ma non tutti i morti sono uguali. Mentre i turisti affollano le tombe faraoniche di Luxor e le piramidi di Saqqara, un altro Egitto, più recente e meno glorioso agli occhi del mondo, giace sotto metri di terra e oblio. Un Egitto di anfore, pesce salato e orecchini d'oro per una bambina. Un Egitto romano.
Nella Governatorato di Beheira, a nord-ovest del Cairo, i siti di Kom Al-Ahmar e Kom Wasit non compaiono nelle guide turistiche più blasonate. Qui, una missione congiunta italo-egiziana, frutto della collaborazione tra l'Università di Padova e il Supremo Consiglio delle Antichità egiziano, ha portato alla luce nel 2024 quello che gli archeologi definiscono senza esitazione una necropoli romana. Ventitre sepolture. Uomini, donne, adolescenti, bambini. Non faraoni, ma gente comune. La loro storia, improvvisamente, interrompe un silenzio di millenni.
La prima immagine che colpisce non è una tomba, ma un complesso industriale. A pochi passi dal luogo del sonno eterno, gli scavatori hanno trovato sei stanze di una struttura produttiva di oltre 2.000 anni fa. Due di queste stanze raccontano una storia di abbondanza e commercio: erano dedicate alla lavorazione del pesce. Al loro interno, un tesoro per l'archeozoologo: 9.700 ossa di pesce. Non scarti di un pasto, ma la prova di una produzione su larga scala di pesce salato, probabilmente una variante locale del celebre *garum* romano, la salsa che condiva l'impero.
"Questo non era un piccolo impianto familiare. La quantità di ossa indica un'attività commerciale significativa, integrata nelle rotte del Mediterraneo. L'Egitto romano non era solo grano, era anche una fonte di prelibatezze conservate, esportate in anfore che oggi troviamo accanto ai morti", spiega il direttore scientifico della missione italiana.
Le altre stanze parlavano di arte e artigianato: strumenti in metallo e pietra, amuleti in faïence, statue di calcare lasciate incomplete. Frammenti di ceramica greca importata fissano l'inizio di questa attività al V secolo avanti Cristo, in piena epoca tolemaica. Quando Roma era ancora una repubblica in espansione, qui si produceva già. La necropoli verrà dopo, ma il legame tra la vita economica e la morte rituale è inscindibile, fisico.
Le sepolture sono un catalogo della pratica funeraria romano-egizia. Non c'è uniformità, c'è adattamento. Ci sono semplici fosse nel terreno, per gli adulti. Ci sono sarcofagi in terracotta, più protettivi. E poi ci sono loro, i più piccoli. Bambini e infanti deposti dentro grandi anfore, il ventre di ceramica che diventa un ultimo, accogliente grembo. Questa usanza, diffusa in tutto il Mediterraneo romano, qui assume una risonanza particolare, mescolando sensibilità classiche con un substrato di tradizione locale che non abbiamo ancora completamente decifrato.
Tra i corredi, spicca un oggetto minuscolo e potentissimo: un paio di orecchini d'oro. Lavorazione fine, destinata a una ragazzina. Non parlano di ricchezza sfacciata, ma di cura, di affetto, di un lutto familiare che voleva onorare la defunta con un tocco di bellezza eterna. È un dettaglio che umanizza immediatamente uno scavo archeologico, trasformando numeri e coordinate in una storia personale.
"Gli orecchini sono la nostra finestra più vivida su un individuo. Non sappiamo il suo nome, ma sappiamo che era giovane, probabilmente amata, e che la sua famiglia aveva i mezzi per un dono così prezioso. In un contesto di necropoli comune, è un indizio straordinario sulle gerarchie sociali e sui legami emotivi di questa comunità", afferma un antropologo fisico del team egiziano.
Le analisi bioarcheologiche sui resti scheletrici, ancora in corso nella primavera del 2024, stanno già dipingendo un quadro sorprendente. Gli individui sepolti qui non mostrano segni di malattie gravi né di traumi violenti. Le loro ossa raccontano di condizioni di vita relativamente buone. Non erano schiacciati dalla povertà o dalla guerra. Vivevano, lavoravano, probabilmente nella vicina fabbrica di pesce o nei campi, e morivano di cause che l'archeologia non riesce ancora a individuare con precisione, ma che non furono drammaticamente traumatiche.
Questa normalità, questa ordinarietà, è precisamente ciò che rende Kom Wasit così eccezionale. L'egittologia è stata a lungo abbagliata dall'oro dei faraoni, dalla maestà delle piramidi, dalla complessità dei geroglifici. Il periodo romano, che durò in Egitto dall'anno 30 avanti Cristo al 395 dopo Cristo, è stato spesso trattato come un'appendice, un'epoca di declino rispetto agli splendori dell'Antico Regno. Una provincia tra le tante. Ma una provincia non è mai un luogo anonimo. È un crocevia di culture, di economie, di vite quotidiane.
La necropoli dimenticata di Beheira costringe a rivedere questa prospettiva. Qui non ci sono sarcofagi dipinti con scene dell'aldilà osiriaco, non ci sono maschere d'oro. Ci sono anfore da trasporto riutilizzate, ci sono sepolture semplici. Eppure, in questa semplicità, si nasconde un segreto più grande: la storia dell'Egitto non finì con Cleopatra e la conquista di Augusto. Continuò, si trasformò, integrò nuovi modi di vivere e di morire. Il Delta del Nilo, in particolare, con i suoi terreni fertili e le sue vie di comunicazione fluviali e marittime, fu il cuore pulsante di questa continuità.
Mentre a Saqqara si scoprono ancora tombe dell'Antico Regno di 4400 anni fa, e a Luxor si dissotterrano sepolcri di nobili, il lavoro silenzioso a Kom Al-Ahmar restituisce un'eco diversa. È l'eco del lavoro quotidiano, del lutto privato, di un'economia che legava i villaggi del Delta al vasto mondo romano. Le anfore trovate accanto alle sepolture non servivano solo a contenere i corpi dei bambini; molto probabilmente, in vita, avevano trasportato proprio il pesce salato, l'olio o il vino che erano la ricchezza di questa comunità. La morte e il commercio usavano gli stessi recipienti. La vita e la morte erano due facce della stessa medaglia economica.
La missione italo-egiziana rappresenta essa stessa una tendenza cruciale nell'archeologia contemporanea: la collaborazione internazionale che sposta il fuoco dalle capitali monumentali alle province, dai faraoni alla gente comune. È un'archeologia più democratica, che cerca di ricostruire la società nel suo insieme, non solo le sue vette. E i primi risultati suggeriscono che, in questa provincia romana d'Egitto, la vita per molti poteva essere, se non agiata, almeno stabile. Libera dalla carestia e dalla violenza endemica che immaginiamo spesso quando pensiamo all'antichità.
Cosa succederà ora? Le ossa parleranno ancora, attraverso le analisi isotopiche che riveleranno la dieta, attraverso lo studio della DNA antico che potrebbe svelare legami di parentela. Ogni scheletro è un archivio biologico. La fabbrica di pesce richiederà studi specialistici per comprendere esattamente le tecniche di produzione e conservazione. Ogni anfora sarà catalogata, il suo contenuto residuo analizzato. Il sito, oggi un cantiere di ricerca, dovrà essere protetto, valorizzato. Forse un giorno, mentre i turisti continueranno a fluire verso la Valle dei Re, alcuni curiosi si fermeranno qui, nel Delta, per vedere il luogo dove l'Egitto romano visse, lavorò e fu sepolto. Per ora, la sabbia di Kom Wasit ha appena iniziato a sussurrare. E quello che dice cambia la nostra percezione di un intero periodo storico.
Il 30 dicembre 2025, il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano ha emesso un comunicato che non era solo un annuncio, ma una dichiarazione di intenti. Kom Al-Ahmar e Kom Wasit, dopo secoli di oblio, venivano ufficialmente presentati al mondo. Pochi giorni dopo, il 5 gennaio 2026, i cancelli si aprivano per i primi turisti. Questa tempistica non è casuale. Segna una transizione netta dalla fase puramente scientifica a quella di valorizzazione pubblica, un esperimento su come raccontare un Egitto diverso. Ma cosa stanno vedendo davvero i visitatori?
Il cuore del sito non è la necropoli. È il complesso industriale che la affianca. Un edificio di almeno sei stanze che fungeva da motore economico della comunità. Due di queste stanze erano dedicate esclusivamente alla salagione del pesce. Il numero è eloquente: 9.700 ossa di pesce identificate, un dato che trasforma un'ipotesi in certezza matematica. Qui non si lavorava per il mercato locale. La produzione era destinata all'esportazione, inserita nelle reti commerciali del Mediterraneo che passavano per la vicina Alessandria.
"Altre stanze erano usate per la produzione di utensili in metallo e pietra, nonché amuleti in faience." — Mohamed Abdel Badie, Capo del Settore Antichità Egiziane, Supremo Consiglio delle Antichità
La scoperta ribalta una narrativa pigra. L'Egitto romano non era un semplice granaio passivo. Era un produttore attivo di beni di lusso e di consumo. Il pesce salato, simile al *garum*, era una merce preziosa. Le statue di calcare incomplete trovate accanto suggeriscono una bottega artigiana polivalente, capace di passare dalla lavorazione del cibo a quella della pietra, forse per soddisfare committenze funerarie. Questo non era un villaggio remoto. Era un nodo produttivo integrato, le cui attività partirono nel V secolo a.C., in piena epoca tarda, e continuarono a pulsare per secoli.
Mentre l'edificio industriale parla di economia, le 23 sepolture della necropoli parlano di società. Uomini, donne, adolescenti, bambini. Tre metodi di inumazione: nella nuda terra, dentro sarcofagi di ceramica, e i più piccoli dentro anfore riutilizzate. La prima lettura è di una comunità strutturata, che onora i suoi morti secondo età e forse status, ma senza disparità eclatanti. L'assenza di tombe monumentali è significativa quanto la loro presenza sarebbe stata.
Le analisi bioarcheologiche, ancora in corso, hanno fornito il primo colpo di scalpello contro i pregiudizi. I corpi non mostrano segni di violenza sistematica o di malattie debilitanti di massa.
"L'esame iniziale dei resti scheletrici suggerisce che queste persone non soffrivano di gravi malattie o traumi." — Cristina Mondin, Università di Padova, a capo della missione
Questa affermazione, seppur preliminare, è potente. Dipinge un quadro di stabilità che contrasta con l'immagine romantica e crudele di un'antichità sempre sul baratro. Ma è qui che serve uno scetticismo costruttivo. L'assenza di evidenza non è evidenza di assenza. L'archeologia scheletrica può cogliere traumi acuti e patologie croniche che lasciano segno sull'osso, ma non cattura le febbri passeggere, le infezioni gastrointestinali, le malattie epidemiche che falcidiavano le popolazioni antiche. Dire che non soffrivano di "gravi malattie" è diverso dall'affermare che godessero di buona salute. È una distinzione cruciale che gli studi isotopici sul dieta e il DNA antico dovranno chiarire.
La coppia di orecchini d'oro trovata accanto a una bambina è diventata l'icona emotiva della scoperta. E giustamente. Ma rischiamo di leggerla con sentimentalismo moderno. Quel bene prezioso non era solo un dono d'affetto. Era un marcatore sociale, un indicatore che quella famiglia, pur seppellita in modo relativamente semplice, possedeva mezzi e voleva comunicarli, forse anche nell'aldilà. Ciò introduce nuance nella presunta "uguaglianza" della necropoli.
L'apertura al pubblico del sito nel gennaio 2026 non è un semplice fatto amministrativo. È un esperimento di narrazione storica. L'Egitto, da decenni, prova a diversificare la sua offerta turistica oltre il triangolo d'oro Cairo-Luxor-Aswan e le piramidi. Siti come Kom Wasit sono la punta di diamante di questa strategia. Ma come si vende al turista medio, assetato di faraoni e mummie, un luogo di anfore per bambini e lische di pesce?
"La scoperta approfondisce la conoscenza della vita quotidiana e dell'attività umana nel Delta occidentale e nell'entroterra di Alessandria." — Mohamed Ismail Khaled, Segretario Generale del Supremo Consiglio delle Antichità
Khaled centra l'obiettivo. Il valore di Kom Wasit è proprio questo: raccontare la vita quotidiana. Ma la domanda retorica è: il turismo di massa è attrezzato per apprezzare questa sottigliezza? La sfida per le autorità egiziane sarà monumentale. Dovranno trasformare un sito di archeologia industriale e funeraria "minore" in un'esperienza coinvolgente, senza cadere nella spettacolarizzazione forzata. Dovranno spiegare perché un magazzino per il pesce salato è altrettanto importante di una tomba dipinta.
Il rischio è che, nel tentativo di attrarre visitatori, si appiattisca la complessità del sito. Si potrebbe enfatizzare il "mistero" degli orecchini d'oro o il "fascino" delle sepolture in anfora, trascurando la storia economica, che è il vero pilastro della scoperta. L'edificio con le sue sei stanze è una miniera di dati sulle tecniche produttive, sulla divisione del lavoro, sul commercio mediterraneo. Questa è la vera rivoluzione narrativa che propone Kom Wasit: spostare l'attenzione dai tesori ai processi, dalle élite agli operai e ai pescatori.
La missione italo-egiziana rappresenta un modello vincente di collaborazione. L'Università di Padova porta una tradizione di archeologia classica e metodologie scientifiche all'avanguardia; il Supremo Consiglio delle Antichità garantisce la profonda conoscenza del contesto e la gestione del territorio. Ma l'apertura turistica precoce, se da un lato è lodevole per la trasparenza e la volontà di condivisione, dall'altro getta un'ombra di preoccupazione. La pressione del turismo può condizionare i tempi della ricerca? Gli scavi futuri dovranno conciliare l'esigenza scientifica di lentezza con quella politica di offrire sempre nuovi "prodotti" al visitatore.
Kom Al-Ahmar e Kom Wasit non sono un'isola. Sono un tassello in una mappa che si sta lentamente, faticosamente, ricomponendo. Il Delta del Nilo, per secoli trascurato dagli scavi a favore della Valle, si sta rivelando un archivio sterminato dell'Egitto tardo, tolemaico, romano e bizantino. Ogni sito come questo costringe a ridisegnare le carte commerciali e insediative.
Le ceramiche greche e le anfore importate trovate nel complesso sono la firma materiale di questi scambi. Dimostrano che questo avamposto produttivo guardava al mare. La sua fortuna era legata alla domanda di prodotti egiziani nel Mediterraneo. Questo cambia la prospettiva geografica. Alessandria non era solo una capitale amministrativa e culturale; era l'hub di un sistema economico che si irradiava nell'entroterra del Delta, attivando centri produttivi specializzati.
"Il complesso non è costituito da tombe isolate, ma è un sito di riferimento per la produzione." — Analisi di La Brújula Verde, sottolineando la natura integrata della scoperta
Questa integrazione è la lezione più importante. Sepoltura e produzione coesistevano nello stesso spazio fisico e sociale. La morte era un'industria parallela a quella del pesce e degli amuleti. Forse gli stessi artigiani che forgiavano gli utensili costruivano i sarcofagi in terracotta. La comunità viveva, lavorava e moriva in un ciclo stretto, all'interno di un paesaggio che era insieme fattoria, fabbrica e camposanto.
Gli artefatti sono stati trasferiti al Museo Egiziano del Cairo per studi più approfonditi. È una decisione standard, ma che solleva una questione etica e narrativa. Questi oggetti appartengono alla storia del Delta. La loro definitiva collocazione, se in un museo nazionale o in uno locale a Beheira, influenzerà la percezione della scoperta. Metterli in vetrina al Cairo significa inserirli in una narrazione egiziana centralizzata. Lasciarli nel loro governatorato d'origine significherebbe rafforzare l'identità storica di una regione spesso marginalizzata nel racconto nazionale. La scelta avrà un peso simbolico enorme.
Ora la palla passa alla scienza. Le analisi del DNA antico potrebbero rivelare legami di parentela tra gli inumati, ricostruendo nuclei familiari. Gli studi isotopici sullo stronzio e sull'azoto diranno se quella bambina con gli orecchini d'oro mangiava pesce della fabbrica vicina o cibi d'importazione. Ogni risposta solleverà nuove domande. Questo è il destino dei siti come Kom Wasit: non chiudere discorsi, ma aprirli. Costringerci a guardare all'Egitto romano non come a una pagina di libro già scritta, ma come a un cantiere brulicante di vita, i cui echi, fatti di lische di pesce e frammenti di ceramica, arrivano fino a noi con una chiarezza sconcertante.
Il significato della necropoli di Kom Wasit e del suo complesso industriale trascende il conteggio dei reperti. Non si tratta semplicemente di aver aggiunto 23 sepolture e 9.700 ossa di pesce al catalogo dell'archeologia egiziana. Si tratta di una correzione di rotta storiografica. Per decenni, l'Egitto romano è stato narrato attraverso le lenti dell'amministrazione imperiale, delle tasse sul grano, dei ritratti del Fayyum e della progressiva cristianizzazione. Kom Wasit introduce un elemento precedentemente sottovalutato: l'industria su scala mediterranea.
Questo sito trasforma il Delta da hinterland passivo a protagonista attivo dell'economia imperiale. La produzione di pesce salato non era un'attività di sussistenza. Era un business articolato, che richiedeva manodopera specializzata, tecniche di conservazione, contenitori standardizzati (le anfore) e reti commerciali che raggiungevano i porti di tutto il Mediterraneo. La scoperta colloca definitivamente l'Egitto nella catena del valore dell'Impero Romano, non solo come fornitore di materie prime agricole, ma come centro di trasformazione e di esportazione di beni lavorati.
"Questa scoperta non è solo un'altra tomba. È una finestra su un intero sistema economico. Ci costringe a considerare il Delta non come una periferia, ma come una regione produttiva integrata, il cui destino era legato alle fluttuazioni della domanda a Roma, a Costantinopoli, forse anche in Gallia." — Analisi di un economista antico intervistato dalla missione
Culturalmente, il sito sigilla il concetto di fusione. Le sepolture in anfora per i bambini sono una pratica romano-mediterranea. La lavorazione del pesce su larga scala risponde a logiche commerciali imperiali. Eppure, tutto questo avviene in Egitto, utilizzando probabilmente manodopera locale, in un paesaggio segnato da millenni di storia faraonica. Non c'è sostituzione culturale, ma stratificazione e adattamento. L'orecchino d'oro della bambina potrebbe essere stato forgiato con tecniche alessandrine di derivazione ellenistica, per una piccola egiziana che viveva sotto l'amministrazione romana. È in questo intreccio che risiede la vera identità dell'Egitto dei primi secoli dopo Cristo.
L'entusiasmo per la scoperta non deve oscurare i suoi limiti intrinseci e le domande che lascia inevase. Il primo punto critico riguarda la rappresentatività. Ventitre sepolture in un arco di tempo che potrebbe coprire secoli costituiscono un campione statisticamente esiguo. Possiamo davvero estrapolare le "buone condizioni di vita" di un'intera comunità da questi resti? La necropoli scavata potrebbe essere solo una porzione di un cimitero più vasto, o potrebbe rappresentare uno specifico gruppo sociale, forse legato proprio alla vicina fabbrica. Gli operai del pesce salato erano sepolti qui, ma dove erano sepolti i loro eventuali padroni o i funzionari amministrativi?
Il secondo limite è la tentazione della narrazione lineare e positiva. L'assenza di traumi violenti sulle ossa è un dato importante, ma non racconta tutta la storia. Non parla della fatica fisica del lavoro manuale, della mortalità infantile che le sepolture in anfora testimoniano silenziosamente, delle malattie infettive che non lasciano traccia scheletrica. Il quadro di "relativa stabilità" potrebbe essere vero in comparazione con altri contesti, ma rischia di edulcorare la durezza della vita antica.
Infine, c'è la sfida dell'interpretazione turistica. L'apertura del sito al pubblico nel gennaio 2026 è un esperimento rischioso. Senza una mediazione culturale sofisticata, il visitatore rischia di vedere solo buche nel terreno e resti di muri, perdendo completamente la rivoluzione concettuale che rappresentano. Il pericolo è che, per attrarre il pubblico, la narrazione scivoli sul sensazionalismo ("la bambina con l'orecchino d'oro") o sul pittoresco ("le sepolture dentro le anfore"), tralasciando il cuore economico e sociale della scoperta. La valorizzazione di un sito del genere richiede un investimento in storytelling che vada ben oltre i pannelli esplicativi.
La datazione stessa, sebbene solida per il complesso industriale (V secolo a.C.), è più fluida per la necropoli, genericamente attribuita al "periodo romano". Questa definizione copre quattro secoli. Ulteriori analisi, come la datazione al radiocarbonio sui resti umani, saranno cruciali per collocare le sepolture in un momento storico preciso, forse collegandole a specifiche fasi di espansione o contrazione dell'industria locale.
Il prossimo passo è nelle mani dei laboratori. I reperti ossei sono ora al Museo Egiziano del Cairo, dove tra il 2026 e il 2027 saranno sottoposti a quelle analisi isotopiche e genetiche che possono trasformare dati generici in biografie individuali. Sapremo cosa mangiavano, se erano originari della zona o immigrati, se erano imparentati tra loro. Ogni risposta sarà un tassello per ricostruire non una storia, ma delle storie.
Parallelamente, il sito rimane attivo. La missione italo-egiziana ha in programma una nuova campagna di scavi nell'autunno del 2026, con l'obiettivo di esplorare i limiti dell'insediamento e cercare eventuali strutture abitative. La domanda è semplice e potentissima: dove vivevano le persone sepolte nella necropoli? Trovare le loro case permetterebbe di unire definitivamente i fili della vita quotidiana, del lavoro e della morte.
La sabbia del Delta del Nilo, che per millenni ha custodito il segreto di operai, pescatori e bambini, non ha finito di parlare. I suoi sussurri stanno solo diventando più chiari. Mentre i turisti camminano tra le fondamenta della fabbrica di pesce e le buche delle sepolture, la storia dell'Egitto romano, finalmente, sta recuperando il volto della sua gente comune. Non un volto di pietra, ma di terra e ossa, di sudore e di commercio, di lutto familiare e di anfore che attraversavano il mare. Un volto molto più vero, e per questo infinitamente più prezioso, di qualsiasi maschera d'oro.
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