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L'Unione Europea e il Suo Momento di Indipendenza: La Sfida dell'Autonomia Strategica



Il 21 ottobre 2025, la Commissione Europea ha presentato il suo Programma di Lavoro per il 2026. Il titolo non ammette ambiguità: "Europe's Independence Moment". Non è uno slogan. È una dichiarazione di intenti che risuona nei corridoi di Bruxelles con l'eco delle crisi degli ultimi anni: la pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni commerciali globali. Mentre i giornali di tutto il mondo parlano di nuovi blocchi geopolitici, l'UE tenta una via complessa e ambiziosa: diventare un attore sovrano senza rinchiudersi in se stessa.



Questa autonomia strategica non riguarda solo eserciti o diplomazia. Il cuore della sfida batte nei laboratori di ricerca, nelle startup innovative, nelle catene di approvvigionamento dei materiali critici. Con un budget proposto di quasi 2 trilioni di euro per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, l'Europa scommette su se stessa. Ma il percorso è irto di contraddizioni. Come conciliare l'apertura che ha reso grande la scienza europea con la necessità di proteggere le proprie scoperte? Come sostenere la libertà accademica mentre si difendono le università da interferenze estere?



"L'Europa deve essere aperta il più possibile e chiusa il necessario. La nostra sicurezza nella ricerca e nell'innovazione non è un optional, è il fondamento della nostra sovranità futura", ha dichiarato un alto funzionario della DG Ricerca e Innovazione, sintetizzando la tensione al centro della nuova strategia.


Il Prezzo della Dipendenza: Perché l'Autonomia è Diventa un Imperativo



Fino a pochi anni fa, il concetto di "autonomia strategica" sembrava un argomento da manuale di relazioni internazionali. Poi, la realtà ha bussato con forza alle porte dell'Europa. La crisi dei semiconduttori ha paralizzato settori industriali vitali. La dipendenza dal gas russo ha rivelato una vulnerabilità energetica costosa e pericolosa. Le forniture di terre rare, essenziali per la transizione verde e digitale, sono concentrate in mani estere, spesso in paesi con cui i rapporti sono complicati. L'Europa ha capito, con doloroso ritardo, che la globalizzazione non garantisce la resilienza.



Questo risveglio strategico ha un nome e un cognome: il Rapporto Draghi, presentato nel 2024. L'ex Presidente della BCE ha diagnosticato senza mezzi termini l'urgente bisogno dell'UE di rafforzare la propria sicurezza industriale e accelerare la transizione verde. Le sue raccomandazioni hanno trovato conferma immediata nei capi di Stato e di governo, trasformandosi nella colonna portante delle politiche per il prossimo decennio. La vulnerabilità non è più un'ipotesi remota. È un dato di fatto che condiziona ogni scelta.



Ma la minaccia non è solo economica o industriale. Si è insinuata nelle aule universitarie e nei centri di ricerca. La Commissaria per l'Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l'Istruzione e la Gioventù, Iliana Zaharieva, durante una conferenza nell'ottobre 2025, ha lanciato un allarme chiaro. Ha parlato di "erosione della libertà accademica", di casi di auto-censura su temi scientificamente sensibili, di intimidazioni subdole. La ricerca, per sua natura universale, è diventata un terreno di competizione e, a volte, di conflitto.



"La libertà accademica è sotto pressione da diverse angolazioni: pressioni politiche, condizionamenti economici, limitazioni istituzionali. Dobbiamo agire per preservare lo spazio in cui le idee possono circolare liberamente, perché è da lì che nasce l'innovazione di cui abbiamo disperato bisogno", ha affermato Zaharieva, delineando una nuova frontiera della sicurezza europea.


Horizon Europe 2026-2027: I 14 Miliardi della Sovranità



La risposta finanziaria a queste sfide ha numeri ben precisi. Il pilastro principale è il programma di lavoro Horizon Europe 2026-2027, che stanzia 14 miliardi di euro per la ricerca e l'innovazione. La gestione di circa il 50% di queste risorse sarà affidata all'Agenzia Esecutiva per la Ricerca (REA), con i primi bandi attesi già da gennaio 2026. I soldi non sono sparsi a pioggia. Seguono una logica precisa: costruire un'Europa più sostenibile, competitiva e, soprattutto, resiliente.



I capitoli di spesa raccontano questa priorità. 1,25 miliardi sono destinati alle Azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA), il programma faro per le carriere dei ricercatori. L'obiettivo è trattenere i cervelli in Europa e attrarne di nuovi, creando una generazione di scienziati legata al continente. Altri 416,5 milioni sono riservati al "Widening Participation", per colmare il divario di performance in ricerca e innovazione tra gli Stati membri. Un'Europa autonoma non può permettersi squilibri interni troppo marcati.



Poi ci sono i 52 milioni per le riforme dello Spazio Europeo della Ricerca (ERA) e i 294,9 milioni per le infrastrutture di ricerca, con un focus su condivisione dei dati e "digital twin" per la salute e il clima. Ogni euro è un mattone per costruire un ecosistema della conoscenza integrato, moderno e, soprattutto, sotto controllo europeo. Il messaggio è netto: la sovranità tecnologica si compra. E l'UE ha deciso di pagare il conto.



L'ERA Act e la Nuova Frontiera: La Sicurezza della Ricerca



Ma l'autonomia non si costruisce solo con i finanziamenti. Serve un quadro normativo che protegga l'ecosistema della conoscenza. È qui che entra in gioco la proposta dell'ERA Act 2026, attualmente in consultazione pubblica fino al 23 gennaio 2026. Questo atto legislativo rappresenta un cambio di paradigma. Integra per la prima volta in modo organico il concetto di "sicurezza della ricerca" nella politica europea.



Di cosa si tratta esattamente? Non è una chiusura. È un sistema di "risk management" applicato alle collaborazioni scientifiche internazionali. L'obiettivo è proteggere la libertà accademica da pressioni esterne, garantendo che la ricerca sensibile non cada in mani che potrebbero usarla contro gli interessi o i valori dell'UE. Non significa tagliare i ponti con il mondo. Significa scegliere con chi e come collaborare, con gli occhi ben aperti.



Uno degli strumenti più concreti in cantiere è il Centro di Competenza sulla Sicurezza della Ricerca, il cui lancio è previsto per la metà del 2026. Questo centro avrà il compito di monitorare i rischi, creare una piattaforma comune di due diligence e sviluppare metodologie standardizzate per testare la resilienza degli istituti di ricerca. In parallelo, è in preparazione un Research Security Monitor, un osservatorio permanente sulle minacce. L'Europa, in sostanza, si sta dotando di un sistema di intelligence per la sua vita scientifica.



La posta in gioco è altissima. In un mondo dove l'intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica e i materiali avanzati decidono la supremazia economica e militare, lasciare che la propria ricerca di punta sia esposta è un lusso che l'UE non può più permettersi. La sfida è farlo senza strangolare la collaborazione internazionale, senza cui la scienza muore. È un equilibrio delicatissimo, un cammino su una corda tesa sopra il baratro dell'isolamento tecnologico.



La Presidenza di Cipro del Consiglio dell'UE nel 2026 sembra allineata su questa visione. Promuoverà la diplomazia scientifica come strumento di soft power, ma allo stesso tempo spingerà per un riequilibrio delle disparità nella ricerca. L'Europa dell'Est e del Sud chiedono di più, e la sovranità continentale non può essere un privilegio di pochi. L'autonomia, per essere credibile, deve essere un progetto comune. Altrimenti, sarà solo un'altra parola vuota nelle comunicazioni di Bruxelles.

Tra Geopolitica e Laboratori: Il Nuovo Volto dell'Autonomia Europea



L'ambizione europea di autonomia strategica, cristallizzata nel programma "Europe's Independence Moment" presentato dalla Commissione Europea il 21 ottobre 2025, non è un concetto astratto. Si traduce in azioni concrete, in investimenti mirati e in un ripensamento profondo delle relazioni internazionali. Non si tratta di un isolamento autarchico, ma di un'affermazione di sovranità in un mondo sempre più frammentato e competitivo. La lezione appresa dalle dipendenze passate ha lasciato un segno indelebile, spingendo l'Unione a ridefinire i propri confini di sicurezza, non solo militari ma anche economici e tecnologici.



Il contesto storico di questa svolta è chiaro. Crisi come la pandemia di COVID-19, l'invasione russa dell'Ucraina e le crescenti tensioni commerciali con potenze globali hanno evidenziato la fragilità delle catene di fornitura e la necessità di un "de-risking", ovvero una riduzione dei rischi legati a dipendenze eccessive. L'UE, tradizionalmente un gigante economico ma un nano geopolitico, sta cercando di bilanciare la sua innata apertura con una ritrovata consapevolezza dei propri interessi vitali. È un percorso difficile, che richiede scelte dolorose e l'abbandono di dogmi consolidati.



"Non è tutto strategico, è ora di scegliere le priorità", ha affermato Marco Taisch, esperto di manifattura, in una dichiarazione del 19 marzo 2025. "Senza industria non c’è transizione e senza competitività non c’è sostenibilità". Questa osservazione colpisce il cuore del dibattito, suggerendo che l'Europa non può permettersi di disperdere le proprie risorse. La sua visione è un'eco di un pragmatismo industriale che sta guadagnando terreno a Bruxelles.


Dalla Difesa alla Biotecnologia: Le Priorità Selettive del 2026



Se il passato recente ha insegnato qualcosa, è che la strategia del "tutto strategico" è insostenibile. L'Europa ha imparato a concentrare le sue energie. Il 16 dicembre 2025, la Commissione ha annunciato le sue priorità per il 2026, focalizzandosi su settori critici come dispositivi medici, biotecnologie e salute cardiovascolare. Questa non è una scelta casuale. La pandemia ha rivelato le vulnerabilità sanitarie e la dipendenza da fornitori esterni per farmaci e attrezzature essenziali. Rafforzare la produzione interna in questi campi non è solo una questione di salute pubblica, ma di sicurezza nazionale.



Parallelamente, la difesa industriale comune sta emergendo come un pilastro fondamentale. L'UE sta investendo nello sviluppo e nella produzione di munizioni, droni, tecnologie cyber e spaziali. L'obiettivo è chiaro: ridurre la dipendenza da fornitori esterni, in particolare dagli Stati Uniti, e costruire una capacità militare autonoma. Il Defence Readiness, un piano con orizzonte 2030, è la roadmap per questo ambizioso obiettivo. È un segnale forte che l'Europa è pronta a difendersi, pur continuando a promuovere la cooperazione internazionale. Ma la strada è lunga e le resistenze interne, come l'opposizione di alcuni paesi all'allargamento dell'UE all'Ucraina, dimostrano quanto sia fragile l'unità del blocco.



"L'Europa adulta", ha commentato il futurologo Delacroix nel 2025, "ha una bassa probabilità di realizzarsi senza un accordo politico sulla difesa industriale comune e sulle capacità critiche". La sua analisi, sebbene provocatoria, sottolinea la profonda divisione che ancora affligge il continente. L'autonomia strategica non è solo una questione di tecnologia o budget, ma di volontà politica e di visione condivisa. Senza un consenso reale, ogni sforzo rischia di rimanere lettera morta.


Il Modello IPCEI: Dallo Spazio Regolatorio allo Spazio Industriale



Un meccanismo che l'Europa sta utilizzando con crescente frequenza per raggiungere i suoi obiettivi di autonomia è quello degli IPCEI (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo). Questi progetti, che beneficiano di deroghe alle normali regole sugli aiuti di Stato, consentono agli Stati membri di unire le forze e investire in settori strategici, come l'idrogeno, le batterie o il cloud. L'obiettivo è quello di superare la frammentazione del mercato interno e creare campioni europei in tecnologie chiave, riducendo le dipendenze esterne.



È un cambiamento significativo. Come ha osservato Marco Taisch, l'Europa sta tentando di trasformarsi da "spazio regolatorio" a "spazio industriale". Ciò implica un ruolo più attivo dello Stato (o, in questo caso, dell'Unione) nell'orientare gli investimenti e nel sostenere settori industriali specifici. Questo approccio, che ricorda per certi versi le politiche industriali del dopoguerra, è una risposta diretta alla constatazione che il multilateralismo, inteso come sistema di regole condivise e fiducia reciproca, è finito. Il mondo è ora un campo di battaglia economico, e l'Europa deve armarsi di conseguenza.



Questa strategia non è esente da critiche. Alcuni temono che possa portare a un protezionismo eccessivo, soffocando l'innovazione e la concorrenza. Altri si chiedono se l'UE abbia la capacità di selezionare i "campioni" giusti e di evitare gli errori del passato, quando le politiche industriali guidate dallo Stato si sono rivelate inefficienti. È una scommessa, ma è una scommessa che l'Europa sembra determinata a giocare. Con un budget di quasi 2 trilioni di euro per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, le risorse non mancano. La vera domanda è: l'Europa avrà la saggezza e l'unità necessarie per utilizzarle al meglio?



Nel frattempo, a Strasburgo, il Parlamento Europeo si è riunito dal 15 al 18 dicembre 2025 per discutere proprio questi dossier strategici, inclusi l'autonomia industriale e la difesa. Le decisioni prese in quelle giornate, sebbene non sempre sotto i riflettori mediatici, plasmeranno il futuro dell'Unione per decenni a venire. La Presidenza di Cipro, che prenderà il via il 1° gennaio 2026 e durerà fino al 30 giugno 2026, avrà il compito non facile di navigare queste acque turbolente, cercando di conciliare le diverse anime dell'Europa e di tradurre le ambizioni in realtà concrete.



"La volontà europea di impegnarsi con grande determinazione" per l'ingresso dell'Ucraina nell'UE, come affermato da Ursula von der Leyen nel 2025, è un esempio lampante di come la geopolitica e l'autonomia strategica si intreccino. L'allargamento, sebbene controverso, è visto da molti come un modo per rafforzare i confini e la resilienza del blocco, beneficiando "l'intera Unione". Ma le divisioni interne, come quelle espresse dall'Ungheria e dalla Repubblica Ceca sull'allargamento, rimangono un ostacolo significativo. L'Europa è davvero pronta a pagare il prezzo dell'indipendenza, anche quando questo significa sacrificare parte del proprio comfort o delle proprie convinzioni nazionali? Solo il tempo lo dirà. Ma il 2026, con le sue sfide e le sue opportunità, sembra destinato a essere un anno decisivo per l'Unione.

Il Peso di una Scelta: L'Autonomia Europea come Sfida Esistenziale



L'autonomia strategica dell'Unione Europea non è solo una questione di budget, di progetti di ricerca o di nuove linee di produzione di droni. È una sfida esistenziale che tocca il cuore stesso dell'idea di Europa. Nel tentativo di proteggersi, l'UE sta ridefinendo la propria identità sulla scena mondiale. Sta passando da un attore prevalentemente normativo, che esporta regole e standard, a un attore che deve anche essere in grado di difendere i propri interessi con mezzi propri. Questo cambiamento di paradigma avrà conseguenze durature, ben oltre il ciclo di finanziamento Horizon 2026-2027 o la Presidenza cipriota del Consiglio UE. Sta plasmando un'Europa diversa, più consapevole dei propri punti di forza e, soprattutto, delle proprie vulnerabilità.



L'impatto culturale di questa transizione è profondo. Per decenni, il progetto europeo è stato costruito sull'idea di interdipendenza pacifica e di apertura come valori assoluti. Oggi, mentre si erigono barriere per proteggere la ricerca sensibile e si selezionano strategicamente i partner commerciali, quella stessa apertura viene sottoposta a uno stress test senza precedenti. La libertà accademica, un pilastro dell'Illuminismo europeo, deve ora fare i conti con la "sicurezza della ricerca". Il libero mercato deve confrontarsi con la necessità di "de-risking". È un momento di ridefinizione dolorosa ma necessaria, che segnerà la generazione di ricercatori, imprenditori e politici che dovranno navigare questo nuovo paesaggio.



"L'Europa deve passare dall'essere uno spazio regolatorio a uno spazio industriale. Gli IPCEI sono lo strumento, ma la volontà politica è il motore", ha sottolineato Marco Taisch, ribadendo un concetto che risuona sempre più a Bruxelles. La sua affermazione cattura la portata del cambiamento: non si tratta più solo di stabilire regole eque per il mercato unico, ma di costruire attivamente la capacità industriale per sostenere quelle regole e difenderle.


Le Ombre sul Cammino: Criticità e Rischi di una Strategia Ambiziosa



Tuttavia, la strada verso l'autonomia è lastricata di rischi e contraddizioni. Il primo e più evidente è il pericolo di un protezionismo strisciante. L'ossessione per la sovranità tecnologica potrebbe portare a un ripiegamento su se stessi, a una chiusura che soffocherebbe l'innovazione proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. La scienza prospera nella collaborazione e nello scambio libero di idee; costruire muri troppo alti attorno ai propri laboratori potrebbe isolare l'Europa proprio dalle correnti globali di innovazione di cui ha bisogno.



Un secondo rischio è quello della frammentazione interna. Il programma "Widening Participation" da 416,5 milioni di euro cerca di colmare il divario tra Stati membri, ma la competizione per i fondi Horizon Europe e per gli investimenti IPCEI potrebbe invece acuire le rivalità. L'Italia, con i suoi emendamenti sull'Iperammortamento e la Transizione 5.0 nella Legge di Bilancia del 30 novembre 2025, guarda ai propri interessi nazionali. La Polonia o la Romania potrebbero fare lo stesso. L'autonomia europea può sopravvivere se ogni capitale cerca prima di tutto la propria autonomia nazionale?



Infine, c'è il rischio della burocratizzazione. Il nuovo Centro di Competenza sulla Sicurezza della Ricerca, il Research Security Monitor, le procedure di due diligence per le collaborazioni internazionali: tutto questo richiede apparati, controlli, personale. L'Europa rischia di creare un labirinto amministrativo che rallenti proprio i ricercatori e le imprese che dovrebbe proteggere e promuovere. L'efficienza non è mai stata il punto di forza delle istituzioni comunitarie, e questa nuova architettura della sicurezza potrebbe esacerbare il problema.



La critica più profonda, però, riguarda la coerenza. L'Europa proclama la sua autonomia strategica, ma fatica a trovare una voce unica sulla scena internazionale, come dimostrano le divisioni sull'allargamento all'Ucraina. Investe nella difesa comune, ma gli Stati membri continuano a stipulare accordi bilaterali con fornitori extra-UE. Promuove la sovranità digitale, ma le sue aziende tecnologiche più innovative spesso cercano capitali e mercati al di fuori dei suoi confini. L'autonomia non può essere un insieme di politiche contraddittorie; deve essere un progetto politico chiaro e condiviso. Altrimenti, rimarrà uno slogan costoso.



Verso il 2026 e Oltre: Il Futuro si Decide Oggi



Il 2026 si profila come un anno decisivo, una vera e propria cartina di tornasole per le ambizioni europee. La Presidenza di Cipro, dal 1° gennaio al 30 giugno, dovrà gestire l'avvio operativo del programma Horizon Europe 2026-2027, con le prime call attese già da gennaio. Dovrà anche pilotare la consultazione pubblica sull'ERA Act, che si chiuderà il 23 gennaio 2026, trasformando il feedback degli stakeholder in una proposta legislativa solida. Il lancio del Centro di Competenza sulla Sicurezza della Ricerca, previsto per la metà dell'anno, sarà un test cruciale per la capacità dell'UE di proteggere senza isolare.



Ma il vero banco di prova sarà la capacità dell'Europa di tradurre le parole in fatti. I prossimi mesi vedranno negoziati complessi sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale da quasi 2 trilioni di euro. Ogni euro speso per un sottomarino o per un nuovo farmaco sarà un euro sottratto a qualcos'altro. Le scelte che verranno fatte definiranno il volto dell'Europa per il prossimo decennio: un'Europa chiusa e difensiva, o un'Europa forte e aperta, capace di collaborare con il mondo da una posizione di forza e non di dipendenza?



Le priorità annunciate per il 2026 – dispositivi medici, biotech, difesa industriale – non sono casuali. Sono settori in cui la vulnerabilità è stata dolorosamente evidente e in cui la leadership europea può fare la differenza. La sfida sarà mantenere il focus su queste priorità senza soccombere alle pressioni di ogni lobby nazionale e settoriale che cercherà di inserire il proprio progetto nella lista dei "strategici".



Il viaggio verso l'autonomia è appena iniziato. Il programma "Europe's Independence Moment" presentato il 21 ottobre 2025 è solo la prima mappa di un territorio inesplorato. L'Europa ha dichiarato di voler diventare adulta, di volersi assumere la responsabilità del proprio destino in un mondo pericoloso. Ma come ogni passaggio all'età adulta, questo richiederà scelte difficili, un abbassamento delle illusioni e una dolorosa presa di coscienza dei propri limiti. L'Europa è pronta a pagare il prezzo della sua indipendenza, o scoprirà che il costo della sovranità è più alto di quanto immaginasse?